Viva la coerenza.

Semplicemente, come direbbe il buon Trent, Where the fuck are you?

Ho rallentato così tanto da tornare indietro.

Una strada, una scritta, una curva incerta, un’immagine che racchiude molti più significati di quanti ne potessi predirre al momento in cui è rimasta impressa nella mia mente.

Un invito stampato nell’asfalto scozzese, nel vento di un anno fa; ‘rallenta’, mi diceva, e così ho fatto.
Altri passavano, andavano avanti, proseguivano, trovando pian piano ciò di cui avevano bisogno, mentre io son rimasto lì, seduto pigramente mentre anche quell’ultimo autobus si è allontanato, guardando il tramonto in maniera assente.
Si dice che le ultime luci del giorno siano le più belle, ma stranamente non sento niente.
Son diventato davvero freddo.

 

C’è del disagio

ma tanto disagio, eh.

e anche tanta confusione, soprattutto quando certi mezzi moderni ti portano davanti agli occhi certe insalate russe di ricordi da stroncare anche lo stomaco più corazzato.
Tutto insieme, tutto mescolato, ovvio.

Ora puoi, il fisico ce l’hai, per fare la rivoluzione.

Datemi una prova concreta della mia esistenza, vi prego, ché sto cominciando a dubitarne fortemente.
(O forse è solo un trucco della mia mente per anestetizzarmi, e non farmi provare troppo attaccamento verso la stessa).

Ormai, credo di aver finito tutte le spirali.

Turn back, and fuck off [Sfogo]

Sinceramente, che motivo hai di portare la tua faccia (finta) timida e (finta) impaurita da queste parti così spesso?
Devi studiare? Per carità, giustissimo, ma il mondo è pieno di posti alternativi in tal senso.
Chiaro, cerco di evitarti il più possibile, ma il semplice pensiero di incrociare per sbaglio il tuo sguardo, e leggerci sarcasmo e insofferenza mi fa montare una rabbia e un’ansia, che in questo momento è l’ultima cosa di cui ho bisogno.
Ansia appunto, ansia di stare in quella che ormai è praticamente casa mia, e non tua, nella quale, a differenza tua, ho centomila ragioni per stare.

Tre anni fa avrei dato ogni singola cosa in mio possesso per rivederti anche solo una volta, ci sarei quasi morto; adesso-se devi semplicemente stare lì intorno senza dire una parola- voglio solo che te ne vada, che ti tolga dalle palle, che smetta di tormentarmi anche solo con la tua presenza, che non debba più vederti, non in questo modo.

Ti prego, vattene.

Titolo?

Ho di nuovo sbagliato tutto.
Ho di nuovo osato troppo.

E stavolta ripristinare lo status quo sarà tremendamente complicato, oltre a essere una scoraggiatissima corsa contro il tempo.
Se mai dovessi riuscirci, poi, l’unica prospettiva possibile sarebbe la rassegnazione; bei momenti, quando si arriva persino ad anelarla, vero?

Subterrean, Homesick.

So riconoscere una sconfitta, quando si avvicina? Una volta avrei senza dubbio detto di sì, ma in realtà spero di aver perso questa-talvolta seccante-ma utile capacità, se non altro perché vedere incombere tutti questi probabili segni dall’alto, rapaci e sardonicamente indifferenti-come tu sai ben mandare- è tutto tranne che piacevole.
Quanti cambiamenti, no? Scrivo di mattina, persino studio seriamente (a tratti, ok), e ho perso la testa, ecco.
Passo le giornate ad aspettare, con un substrato di tensione troppo resistente per essere cacciato, attendendo notizie che non si rivelano mai così del tutto positive; credo che ormai sia solo questione di mettersi comodi, e attendere l’inevitabile botta; bello, no?

(sì, sto scrivendo in maniera molto più confusa, e colloquiale. Chissà che possa servire a qualcosa)

Non leggere il passato, tieniti pronta al futuro. Che-per te-sarà assolutamente meraviglioso, non ne dubito.

Io aspetto

Aspetto. Aspetto forse che le cose cadano così, come deus ex machina nemmeno incoraggiati, che si formino dal nulla, piene e profonde come gocce d’ambra che avanzano, bloccano, riempiono, creano.
Aspetto che le parole nascano spontaneamente, possenti flussi che crescono, si inorgogliscono e travolgono con il loro ribollente gorgoglìo, lucidi Calibani appena ribelli, da modellare a mia immagine e, perché no, somiglianza; aspetto di sentire la loro pressione all’interno della mia testa, forte come quando erano alti gli argomenti di conversazione, quando, unica fra tutti, hai risvegliato lo spirito di condivisione filosofica (mai ragione e verità, società ed oggettività, erano parsi concetti così pieni ed interessanti), di diffusione delle teorie finanche personali, che giaceva sopito da troppo tempo.
Sebbene non lo potessi sapere (così come difficilmente lo apprenderai da queste righe ancora celàte al tuo sguardo), non era facile trattenere la mia attenzione, così volubile ed eterea per natura, per un tempo tanto lungo, ma sei riuscita a superare più barriere di quante io stesso teorizzavo l’esistenza.

E adesso, appunto, aspetto. Ognuno ha i suoi tempi, in particolar modo il sottoscritto.

‘Il solito, grazie’

Suppongo che il bisogno maggiormente pressante sia quello di restare più isolato possibile.

Almeno ora, almeno stasera.

Casomai il secondo giorno

Lo ricordiamo come quello che non ci ha creduto mai.

 

Toh, parla esattamente di me.

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